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	<title>Alessandro Zulberti</title>
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	<description>UX - User Experience Researcher</description>
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		<title>Cosa può insegnarci Susan Sontag sullo storytelling inclusivo in UX?</title>
		<link>https://alessandrozulberti.com/it/note-di-campo/storytelling-inclusivo-ux/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Zulberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 11:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Note di Campo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il problema raramente si presenta come culturale. Appare come un fraintendimento che nessuno riesce a localizzare con precisione. L&#8217;interfaccia è chiara. I testi sono tradotti. Il flusso supera i test di usabilità. Eppure gli utenti esitano, si disimpegnano, oppure si comportano in modi che il team non aveva previsto. Nei post-mortem la spiegazione resta spesso [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il problema raramente si presenta come culturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appare come un fraintendimento che nessuno riesce a localizzare con precisione. L&#8217;interfaccia è chiara. I testi sono tradotti. Il flusso supera i test di usabilità. Eppure gli utenti esitano, si disimpegnano, oppure si comportano in modi che il team non aveva previsto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei post-mortem la spiegazione resta spesso vaga. «Mercati diversi si comportano diversamente.» «Hanno capito le parole, non l&#8217;intenzione.» Qualcosa si è perso, ma nulla è andato visibilmente rotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che Susan Sontag torna utile per lo storytelling inclusivo in UX. Non come ispirazione, né come autorità, ma come strumento per dare un nome a ciò che il lavoro UX appiattisce troppo in fretta: l&#8217;interpretazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La traduzione non è sostituzione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ne La traduzione delle culture, Susan Sontag sostiene che tradurre non è mai un trasferimento meccanico di significato. È un atto interpretativo, plasmato da ciò che chi traduce nota, valorizza e sceglie di mettere in primo piano. Le parole si spostano, ma il contesto non viaggia intatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I team UX commettono un errore simile quando trattano l&#8217;adattamento culturale come sostituzione. Il testo viene tradotto. Le icone vengono adattate. I colori cambiano per evitare offese evidenti. L&#8217;interfaccia «funziona», ma l&#8217;esperienza non arriva del tutto a destinazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fallimento non è linguistico. È interpretativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In pratica, questo emerge quando i team danno per scontato che chiarezza equivalga a comprensione. Un&#8217;etichetta leggibile non è automaticamente un&#8217;etichetta significativa. Un flusso coerente non risulta per questo familiare. Quando il comportamento diverge, la spiegazione viene spostata sulla variabilità degli utenti piuttosto che sulle assunzioni di design.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I metodi di ricerca possono rivelare questo scarto, ma solo se il team accetta che sia in gioco qualcosa di più della semplice usabilità. Interviste, test e framework di localizzazione aiutano, ma non sostituiscono il giudizio necessario per interpretare cosa significhi un comportamento in un contesto culturale specifico. La traduzione, nel senso di Sontag, richiede attenzione a ciò che resiste al trasferimento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo storytelling e il problema delle immagini</h2>



<p class="wp-block-paragraph">On Photography di Sontag mette in luce una tensione diversa. Le fotografie, sostiene, non si limitano a documentare la realtà. La inquadrano. Selezionano, estetizzano, mettono a distanza. Ciò che sembra una prova è già un&#8217;interpretazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo storytelling UX si appoggia spesso alle immagini in modo simile. Mappe dell&#8217;esperienza, personas, screenshot, video di sintesi. Questi artefatti dovrebbero rendere la ricerca visibile e persuasiva. Riescono nell&#8217;allineamento del team, ma a volte a scapito dell&#8217;accuratezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le immagini costruiscono fiducia rapidamente. Un partecipante che sorride. Una dashboard pulita. Una heatmap che si accende nei punti giusti. Il team ha la sensazione di aver visto l&#8217;utente. Ma ciò che manca è più difficile da rappresentare: l&#8217;esitazione, il dubbio, la comprensione parziale, l&#8217;attrito silenzioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che l&#8217;inclusività fallisce silenziosamente. Non per esclusione, ma per semplificazione. Quando gli artefatti visivi sostituiscono la complessità vissuta, alcune esperienze vengono appianate. La storia diventa coerente, ma meno vera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;avvertimento di Sontag non riguarda le immagini in sé, ma il rischio di scambiare la rappresentazione per la comprensione. Nella ricerca e nella strategia UX, le immagini dovrebbero esporre l&#8217;incertezza, non nasconderla.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;inclusività come pratica interpretativa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;inclusività in UX viene spesso ridotta a una questione di copertura: più lingue, più casi limite, più personas. Questi sforzi contano, ma affrontano i sintomi, non il rischio di fondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nodo più profondo è se il team sia disposto a reggere la tensione interpretativa. Ad accettare che gli utenti possano capire l&#8217;interfaccia e continuare a non fidarsene. Che un comportamento possa apparire di successo mentre la fiducia si erode sotto la superficie. Che ciò che è visibile nelle analytics o nelle immagini sia spesso la parte meno importante dell&#8217;esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoro di Sontag insiste proprio su questo disagio. Il significato non è mai neutro. Immagini e traduzioni portano sempre con sé delle assunzioni. La responsabilità non è eliminare l&#8217;interpretazione, ma riconoscere dove agisce e cosa nasconde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel lavoro UX, questo significa trattare lo storytelling non come uno strumento di consegna, ma come un luogo di giudizio: cosa viene mostrato, cosa viene lasciato fuori, cosa sembra risolto troppo in fretta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa ci aiuta a vedere Sontag</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sontag non offre un metodo per il design inclusivo. Espone un punto cieco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La traduzione ci ricorda che il significato non viaggia intatto. La fotografia ci ricorda che guardare non è mai neutro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insieme, indicano un errore ricorrente nello storytelling inclusivo in UX: scambiare la coerenza per la comprensione. L&#8217;inclusività si rompe non quando ai team mancano buone intenzioni, ma quando smettono di interrogarsi su come il significato venga costruito, inquadrato e consumato nei propri stessi artefatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo storytelling UX diventa più inclusivo non aggiungendo altre voci, ma resistendo alla chiusura prematura. Lasciando spazio a ciò che non torna del tutto. Permettendo all&#8217;incertezza di restare visibile abbastanza a lungo da poter essere esaminata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nota: su Susan Sontag e i saggi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Susan Sontag (1933–2004) è stata una saggista, romanziera e critica culturale statunitense. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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